
Photo by The Commitmens di Alan Parker + Photoshop 😎
Ero lì, nella vasca da bagno a rilassarmi, non stavo guardando il telefono ma quello si mette a vibrare e mi riporta alla realtà. Era il buon Jimmy Rabbitte che mi chiamava per una delle sue interviste in bianco e nero.
Jimmy: Come va? Ti disturbo? Hai tempo per quell’intervista che ti avevo chiesto a marzo?Io: Ciao Jimmy, tutto bene. Ti metto in vivavoce, se non è una cosa troppo lunga possiamo farla adesso.
Jimmy: Dipende dalle tue risposte amico mio.
Io: Giusto. Vai!
Jimmy: Allora, sei sempre lì a fare “cose”. Cosa stai facendo in questo periodo?
Io: Beh, Jimmy, è un periodo frenetico questo. Il lavoro va bene, potrebbe andare meglio, ma ci sono sviluppi e credo che il resto del 2023 (siamo a maggio – ndr) sarà molto interessante. Poi, come sai, mi piace scrivere su LinkedIn e cerco di essere un “creator”. È una parola che non mi piace tanto ma che in realtà ha un bel significato: creare contenuti è un’attività stimolante, perché ti mette costantemente alla prova.
Jimmy: Alla prova? Addirittura. In che senso?
Io: Nel senso che i contenuti non sono per te ma per le persone che ti leggono, e se non sono interessanti (i contenuti, non le persone) finisce che resti da solo con le cose inutili che scrivi. Certo, puoi scrivere anche solo per il gusto di farlo, ma quando invece scopri che ci sono persone che si confrontano con ciò che pensi e dici ti fa crescere!
Jimmy: E ti dà soddisfazione, anche?!
Io: Anche. Ma è più che altro un piacere della condivisione. Non mi interessa ricevere apprezzamenti, mi interessa il confronto, il commento, il parere differente. Sai cosa mi dà soddisfazione? Quando tutto questo porta a qualcosa ed è utile a qualcuno. Ecco, quella è una soddisfazione.
Jimmy: È per questo che hai scritto un libro?
Io: Non ho scritto nessun libro. Ho scritto un pamphlet! È molto diverso.
Jimmy: Sì, scusa. Me l’avevi già detta questa cosa. Sbaglio mio.
Io: Figurati. È che ci tengo. Un libro è una cosa seria, da chi lo fa per professione, io avevo solo voglia di scrivere e condividere qualche mio pensiero.
Jimmy: Si intitola MEA CULPA. Perché? È un richiamo a una preghiera.
Io: È un richiamo a una presa di coscienza. È un atto di consapevolezza. La parte religiosa non c’entra nulla, fa solo parte della cultura in cui sono cresciuto ed è servita a darmi questo input.
Jimmy: E qual è la tua presa di coscienza, di cosa sei consapevole oggi più di ieri?
Io: Uh… la domanda delle domande! Ahahahah.
Jimmy: È pur sempre un’intervista, no?
Io: Sono consapevole, o almeno più consapevole di prima, degli errori che commetto, delle conseguenze che hanno e del fatto che, in molti casi ma non tutti, ho trovato negli anni il modo di non commetterli più o di commetterli meno.
Jimmy: È stata una folgorazione o un percorso?
Io: Direi un percorso fatto di folgorazioni.
Jimmy: Ce ne puoi raccontare qualcuna?
Io: Beh, ce ne sono state tante ma direi che le principali sono state tre. E anche queste sono state un percorso, perché quella prima… mi ha portato in qualche modo a quella dopo.
E la prima è stata UX North Star di Alessio Cardelli.
Ci siamo conosciuti su LinkedIn: non ricordo nemmeno come, ma sicuramente ci siamo “annusati” dentro a qualche post e abbiamo capito che remavamo dalla stessa parte.
Poi Alessio mi ha fatto leggere in anteprima il suo libro e lì è scattato il primo click, perché il suo non era solo un libro, ma un manuale di consigli e aiuto per chi vuole entrare a far parte del mondo del design. Una guida, una Stella Polare appunto, che avrei pagato oro per avere quando ho iniziato a lavorare. Quindi mi sono detto “questa cosa è fighissima!”, non solo per l’idea in sé, ma soprattutto per aver capito che la nostra professione è cresciuta, è maturata, e non siamo più grafici e grafiche ma designer, figure complesse con competenze differenti.
Jimmy: Wow, ne parli davvero come una folgorazione. E la seconda?
Io: La seconda è stata un’azione. Di nuovo per caso, di nuovo su LinkedIn, sono incappato in Sistech e nel programma di Fellowship. Mi sono subito innamorato dell’idea.
Jimmy: Quale idea?
Io: Cito dal sito: La Fellowship è un insieme progressivo di tre programmi che mirano ad accelerare l’inclusione professionale delle donne rifugiate nei lavori tecnologici e digitali! A seconda dei profili delle donne rifugiate, ogni programma può essere seguito in modo indipendente.
Quindi un programma di supporto, training e mentoring (che già mi gironzolava nella testa) ma che, senti qua, richiedeva competenze di design!
È stata l’occasione di fare qualcosa di utile e di etico mettendo a frutto quello che so fare meglio (se si esclude il risotto 😅). E così ho potuto dare il mio contributo nel sostenere la formazione e l’inserimento di una persona che aveva necessità di ricominciare.
Jimmy: Una bella esperienza. Anche una soddisfazione professionale, no?
Io: Tanto per chiarire Jimmy, le Fellows (così le chiamano in Sistech) hanno una media di una/due lauree e parlano almeno tre lingue.
Giusto per spiegare quanto sia facile farti venire la sindrome dell’impostore in un contesto di questo tipo. 😵
Altro che soddisfazione professionale, ti senti piccolo e ti fermi a ragionare su quanto sia difficile trovare la propria strada, nonostante le competenze, quando la vita si mette di traverso.
È stato più che altro un “dare un contributo”. Un supporto professionale a un gruppo di professioniste.
Jimmy: E quindi arriviamo alla terza folgorazione, giusto?
Io: Giusto. Ma non ci sarei mai arrivato senza i primi due passaggi. Nei mesi è cresciuto in me il desiderio di unire quei due mondi, perché volevo unire le sensazioni e le emozioni che mi avevano regalato: dare supporto, condividere le mie competenze, sentirmi utile.
Jimmy: Però lo dici come se mancasse ancora qualcosa.
Io: Sì, sei bravo sai?
Jimmy: Lo so. Ahahahaha!
Io: Mancava il tocco personale. Io non ho un bel carattere, so essere difficile se mi ci metto. E questo è sempre stato un aspetto da gestire.
Jimmy: Ma anche da sfruttare…
Io: Anche. Cerco sempre di essere la mia versione migliore, ma l’emotività prende spesso il sopravvento e so essere davvero fastidioso.
Eppure, a volte, questo lato emotivo e incontrollato mi aiuta, perché mi rende umano, debole se volgiamo. Non saper sempre gestire le emozioni ci può aiutare ad aprirci, perché ci costringe a scusarci, a tornare sui nostri passi, a esporci nelle nostre debolezze.
Jimmy: E così è nato MEA CULPA.
Io: Esatto! Negli anni ho avuto modo di ragionare molto su questi temi, proprio perché ho dovuto spesso fare quello che ho appena descritto. E con il tempo ho imparato a gestire meglio le emozioni e a usarle a mio vantaggio, per correggermi e per migliorare.
Ed ecco la sequenza finale: condividere, supportare, aprirsi alle altre persone!
Ed è nato MEA CULPA.
Jimmy: Un pamphlet, non un libro.
Io: Sì, un pamphlet. Un libercolo in prima persona con un mood molto intimo, lo definisco sempre un po’ divertente e un po’ fastidioso. Perché un po’ mi prendo in giro e un po’ racconto aspetti negativi che potrebbero essere parte anche di chi legge.
Inoltre è corto, diretto, si legge in un’oretta al massimo. E costa poco, costa quello che vale.
Jimmy: E cosa troviamo all’interno?
Io: È diviso in due parti e tre contenuti. La prima parte contiene il primo contenuto, dedicato alla figura di designer e alla sua evoluzione, dagli anni della “grafica” fino ai giorni nostri con tutte le sfaccettature legate alle metodologie e al rapporto con il business.
La seconda parte è quella più personale e intima. Parla dei miei errori (primo contenuto) e di come cerco di risolverli o contenerli (secondo contenuto). Per parlarne ho preso spunto dal Confiteor e li ho divisi in pensieri, parole, opere e omissioni.
Jimmy: Ed ecco la presa di coscienza di cui parlavamo all’inizio…
Io: Esatto. Lavorare su noi stessə è un lavoro, un lavoro difficile. È un po’ come mettersi a dieta o smettere di fumare, non ci riesci finchè non lo vuoi veramente, intimamente. Non basta dirlo o iniziare, non ce la farai mai se non ti scatta qualcosa dentro.
Jimmy: Lo troviamo su Amazon, giusto?
Io: Solo in versione e-book, per adesso. A 3,99€. Prezzo popolare.
Jimmy: Direi che siamo stati veloci.
Io: Non direi, l’acqua della vasca è diventata gelida.
Jimmy: Quale vasca?
Io: Ciao Jimmy, fammi sapere quando esce l’intervista.
Jimmy: Ciao Signor Attilio.

