HIC SUNT LEONES – la mappa vuota dell’accessibilità

Foto di copertina con una vecchia mappa medioevale che rappresenta le zone inesplorate.

Parte 1 – La frontiera del web

Correva l’anno del Signore 1998.

Avevo appena finito gli studi, ero un inutile e nemmeno tanto bravo illustratore e non sapevo nulla di digitale. Usavo Photoshop 4, Illustrator 8, Director 6.5 e programmavo in Lingo per creare CD-Rom interattivi.
Da buon illustratore frequentavo Bologna con religiosa cadenza annuale, schifando il FuturShow 2998 per andare alla Fiera dell’illustrazione.
Era marzo e, non so come e non so perché, tornai a Bologna anche a novembre per la seconda edizione di Handimatica, un evento organizzato dalla Fondazione ASPHI Onlus, dedicato alle tecnologie assistive e digitali per per persone con disabilità.

I numeri dell’edizione (che trovi al link che ho segnalato sopra) fanno tenerezza: 3500 persone (il 20% in più rispetto alla prima edizione ❤️), 10 giornalisti presenti alla conferenza stampa inaugurale, 17 addetti stampa e la presenza di TG2 e TG3.

Ma il seme era stato piantato e questo era solo il primo germoglio.
Se hai voglia di leggere i numeri delle edizioni successive vedrai una crescita esponenziale di affluenza, di interesse dei media, di partecipazione di esponenti politici ecc.

Tornai anche nel 2000 e ricordo che in due anni le tecnologie assistive avevano fatto passi da gigante. Ero stupefatto dall’ingegno che c’era dietro alla progettazione dei vari ausili, di come la necessità potesse essere un motore di inventiva, di come la semplificazione fosse una strada efficace per gestire la complessità.

Mi resi conto di quanto poco utile fosse la mia formazione e il mio lavoro che non decollava.

C’era fermento

Ma erano i primi anni del digitale popolare, nascevano siti web un po’ dappertutto, brutti, fatti male (con html fatto di tabelle, righe e colonne), poche regole e tanto fermento.
Mi appassionai subito a quel mondo pionieristico, un mondo inesplorato con tanti limiti ma nessun confine. E i limiti erano temporanei, posticci, in attesa di essere superati dal primo avventuriero deciso a sfidare l’ignoto. Ogni giorno c’era qualcosa di nuovo, qualcosa in più.

E c’erano i nuovi guru, queste figure mitologiche che sapevano tutto e avevano capito tutto.

Nella mia memoria si confondono un po’ gli anni, le persone, i lavori. E si confondevano anche le discipline e le nomenclature: accessibilità, usabilità, trovabilità. Nomi strani, nuovi, che arrivavano chiaramente da un mondo lontano, diverso dal nostro, evoluto ma sconosciuto alla maggior parte di noi.
Oggi fa un po’ ridere. Allora non era così, o almeno non era così per me che arrivavo dalla Lomellina (o come la chiama la mia amica Martina, la NOmellina).
Questi guru erano solo persone “avanti”, persone che studiavano, che avevano contatti, che banalmente parlavano e leggevano in inglese. Per me erano una porta verso l’avventura.

Tanto per capirci: Sofia Postai, Maurizio Boscarol, Claudio Gagliardini, Michele Diodati, Luca Rosati e altri che purtroppo non ricordo. Erano nomi che mi facevano immaginare mappe che non esistevano ancora.

Io ero diventato un grafico nel frattempo, ma per la carta stampata. Per una serie di inspiegabili eventi e combinazioni ero passato dal call center Infostrada all’Ufficio Produzione di una casa editrice e poi, insistendo parecchio, alla redazione grafica di Millionaire, il mensile per l’imprenditoria e per chi voleva mettersi in proprio con idee nuove.
Qui sono successe due cose fondamentali: ho imparato un mestiere, il mio, quello del grafico, e ho conosciuto il fantastico mondo del giornalismo, dove c’erano persone che campavano scrivendo.

In verità, non so se sia ancora così, i giornalisti e le giornaliste di allora campavano anche con i buffet delle conferenze stampa e questo aspetto destò subito la mia attenzione, dato che io campavo con i buffet delle inaugurazioni di mostre d’arte e fotografia. È incredibile come la cultura, a volte, passi anche da uno stipendio basso e una pancia vuota! 😅

I primi anni del secolo

Negli anni tra il 2000 e il 2003 presi la buona abitudine di racimolare tutte le conferenze stampa che non interessavano alla redazione e di accreditarmi (benché non fossi giornalista) per scroccare un buffet e, in cambio, riportare in ufficio le cartelle stampa e un po’ di gadget.
Questa pratica vagamente borderline mi permise di partecipare a un sacco di eventi, di scoprire che i giornalisti (e le giornaliste) mangiano come cavallette, e soprattutto di conoscere moltissime persone interessanti.

Nel 2000, proprio a Handimatica, conobbi Jacopo Deyla, oggi mio caro amico e allora già grande esperto di accessibilità. Non ricordo come ci siamo conosciuti ma sono certo che ci siamo subito stati simpatici. Jacopo, che era uno sviluppatore coi baffi, mi introdusse al mondo dell’accessibilità e mi diede gli strumenti per creare la mia sensibilità verso l’argomento e far crescere in me l’interesse per l’innovazione. Non so cosa possa avergli dato io in cambio, ma data la mia accoppiata ignoranza/“presa bene”, credo di avergli dato un po’ di speranza. Se anche un campagnolo come me poteva essere sensibilizzato verso l’accessibilità, forse la strada non era poi così impervia o impossibile. 😅

Nel 2001 invece, grazie a un accredito stampa, mi recai a Padova per il Webb.it2001. All’interno della Fiera di Padova più di 1000 nerd avevano montato la propria tenda in un padiglione e cablato la loro workstation in un altro, per cinque giorni! Un evento assurdo e bellissimo, un hackathon ante litteram in cui ci si sfidava per creare un sito web, da zero, si seguivano conferenze e workshop. Tante persone, tanta passione, tanto caffè.
Mi ricordò la sensazione che provavo nelle gite del liceo: tanta eccitazione da non riuscire a dormire, possibilità di interagire e confrontarsi con chiunque, la sensazione costante e la certezza incrollabile che in quelle ora avrebbe potuto succedere qualunque cosa.

Di rilevante per questo articolo conobbi Nicola D’Antrassi e Roberto Scano.

Con Nicola rimasi in contatto per qualche anno e poi ci perdemmo di vista, ma l’ho ricontattato domenica notte, così d’amblée, perché non ricordavo la data e il nome dell’evento. E Nicola mi ha risposto subito e ci siamo scambiati qualche amarcord notturno, quindi grazie 1000 Nicola 🙏🏼, per la consulenza e la chiacchierata inaspettata.

Roberto Scano fu invece un contatto più professionale. Allora era già presidente dell’IWA Italy e rappresentante italiano dell’IWA/HWG all’interno del W3C. Insomma, io non ero nessuno e lui parlava di cose pazzesche. Era già tanto preparato e competente quanto vagamente “talebano” 😅 sui temi dell’accessibilità, e io fortunatamente (ed ecco spiegato tutto il racconto fatto fino a qui) ero vagamente preparato sull’argomento o quantomeno sensibile e aperto al dialogo. Ciò non evitò tra noi, tempo dopo, uno scambio vivace (su un vecchio forum che purtroppo non esiste più) sul tema del web design, sul suo significato e sul bilanciamento della componente creativa rispetto a quella tecnica. Per me fu un momento epico di discussione e confronto, credo che il buon Roberto nemmeno se lo ricordi 😎.

Parte 2 – L’accessibilità

Il 9 gennaio del 2004 uscì la legge Stanca e nel 2006, mi pare, gli onorevoli Campa e Palmieri presentarono un disegno di legge integrativo.
L’accessibilità era entrata di diritto nelle pratiche di progettazione digitale, ma solo per la PA, la Pubblica Amministrazione.
Io purtroppo fui risucchiato nelle spire del digital design, degli affitti milanesi, delle agenzie di comunicazione e persi di vista l’accessibilità. La mia vena creativa prese il sopravvento e mi dedicai anima e corpo al lato oscuro della progettazione: Macromedia Flash 😱.

Poi successero migliaia di altre cose che non servono al prosieguo dell’articolo, quindi facciamo un bel balzo temporale e atterriamo ai giorni nostri.

Il 6 maggio 2022 l’Agid comunica l’emanazione delle linee guida per i privati in ambito accessibilità che dispongono una dichiarazione di accessibilità, da aggiornare entro il 23 settembre di ogni anno, per le aziende private che offrono servizi al pubblico attraverso siti web o applicazioni mobili, con un fatturato medio, negli ultimi tre anni di attività, superiore a cinquecento milioni di euro.

E qui cambia tutto e, mentre io rispolvero le mie competenze e il mio slancio da pioniere, parte la corsa all’accessibilità per una serie di aziende italiane quali istituti bancari, assicurazioni e in generale grandi gruppi con attività commerciali di una certa entità. In questo scenario si creano alcune situazioni interessanti che contribuiscono alla nascita di un nuovo fervore verso il tema dell’accessibilità

Prima situazione

Le aziende in questione (quelle con fatturato medio superiore ai 500 milioni) devono innanzitutto capire di cosa si sta parlando e, onestamente, la maggior parte non ne ha la minima idea. Hanno solo capito che si parla di accessibilità, che si sta parlando di disabili (che non si dice, ma le aziende ancora non lo sanno 🤦🏼) e che si rischia una multa fino al 5% del fatturato annuo (che vuol dire minimo 25 milioni).

Seconda situazione

Chi si occupa di accessibilità, credo, sia felice di questo primo passo (perché poi le linee guida hanno un’agenda che prosegue nei prossimi anni) ma credo anche che abbia iniziato subito a preoccuparsi per la poca e cattiva informazione sul tema e la tendenza, direi scontata, delle aziende a cercare le soluzioni più comode o addirittura i metodi migliori per aggirare la legge.

Terza situazione

Le agenzie digitali (quelle di comunicazione intendo) fiutano il trend e il business, e come da tradizione diventano in un battibaleno esperte di accessibilità e promotrici della “nuova” trasformazione digitale. Io arrivo da quel mondo e credo di aver in qualche modo lavorato con il 90% di queste aziende, le conosco e conosco l’approccio: non sono cattive, le disegnano così. È una citazione ma è anche la verità.🐰

Se chiedi ai grandi gruppi, alle big four e anche quelle meno big (ma neanche poi tanto) ti diranno che sanno tutto, che sono pronte, che si erano già mosse in anticipo. E se non l’avevano fatto… hanno appena acquisito realtà minori ma molto specializzate che lo sanno fare.

Quarta situazione

Alcune di queste aziende minori ma specializzate hanno tenuto botta e stanno cercando di fare il loro business, quello che davvero sanno fare, ma non tutte hanno la potenza mediatica per farsi conoscere.

Altre hanno fiutato il momento e sono nate specificamente per questa nuova richiesta del mercato ingegnandosi e inventando soluzioni veloci, non definitive o risolutive, per aiutare le aziende ad adeguarsi.

Parte 3 – Hic sunt leones

A questo punto siamo di nuovo nella frontiera inesplorata.

Stiamo vivendo un momento interessantissimo, difficile, potenzialmente esplosivo ma anche rivoluzionario. Se guardiamo un’ipotetica mappa ci sono aree nuove di cui non sappiamo nulla. E non lo sanno le aziende, non lo sanno le agenzie e nemmeno chi si occupa professionalmente di accessibilità. Siamo lì a scorgere ogni segno, ogni piccolo cambiamento per tracciare un nuovo confine, una nuova linea, una nuova strada.

Le aziende, l’ho detto e l’ho vissuto, non sono pronte. Non conoscono la materia e non sono organizzate per rimediare in tempi brevi. Ci saranno delle eccezioni, ne sono certo, ma è nella natura di una società da oltre 500 milioni di fatturato non essere snella e reattiva, soprattutto se si tratta di mettere mano di colpo a tutte le properties digitali.

Quindi lo spauracchio della sanzione ha messo in moto la macchina, ma non è ancora andata lontana.

Le agenzie di consulenza sono state reattive e hanno seguito il trend, hanno fiutato il business ma non hanno davvero grandi o complete competenze. Stanno cercando di non perdere il treno e si stanno attrezzando come meglio riescono: studiano, imparano, acquisiscono, stringono partnership e, come nella migliore delle tradizioni, tengono corsi. Sì, perché chi sa fare fa e chi non sa fare insegna, e dà l’impressione di sapere!

Le nuove protagoniste della scena sono le aziende specializzate che conoscono la materia ma che, ironia della sorte, faticano ad entrare nel business perché “non sono del giro”. Quindi si muovono per tentativi, per conoscenze, cercando di rispondere alla richiesta con un’offerta veloce e vantaggiosa che permetta di entrare nel mercato e posizionarsi il più velocemente possibile. Poi ci mettono la formazione, quella vera, ma non è con quella che si entra nel mercato.

Non conosco tutti i retroscena e, onestamente, me ne tengo anche un po’ alla larga, però questa è la situazione che vedo.

La soluzione che sta andando per la maggiore è quella dei widget in overlay che, governati totalmente o in parte da un’intelligenza artificiale, si sovrappongono ai siti online modificando il front end secondo le più comuni linee guida per l’accessibilità.
In parole povere, attraverso un pannello di controllo, puoi scegliere di modificare l’aspetto del sito in base alle esigenze dettate dalla tua disabilità: aumentare il contrasto, diminuirlo, spegnere le animazioni e i video, creare aree di focus e altri settaggi vari.
Non sono soluzioni definitive o risolutive, sono veloci ed economiche. Le aziende (fornitrici) più serie te lo dicono subito e ti affiancano la formazione, l’analisi dello stato attuale e una proposta di consulenza e affiancamento.

Le aziende (clienti) più attente puntano all’accessibilità by design e vedono i widget come dei facilitatori temporanei a basso costo.

Disegnare la nuova mappa

In questo panorama si innestano i paladini dell’accessibilità, i professionisti e le professioniste che hanno lavorato in tutto questo secolo per portare avanti i diritti delle persone con disabilità e che hanno contribuito attivamente alle leggi, alle linee guida e alla loro applicazione nella Pubblica Amministrazione del nostro Paese.
In qualche modo sono figure mitiche (non mitologiche), votate alla causa anima e corpo, dure e pure. Io le ammiro tutte, senza esclusione, senza dubbio, con un’incrollabile fiducia nei confronti della loro integrità.

Te li ricordi Jacopo e Roberto? All’inizio di questo lungo articolo…

Loro, per me, sono così, duri e puri. Hanno fatto la storia dell’accessibilità in Italia, lavorando per decenni ai massimi livelli delle amministrazioni pubbliche delle più grandi e operose regioni italiane.
E oggi sono lì, avventurieri che fissano la stessa mappa, che hanno condiviso le stesse lande desolate e hanno combattuto le stesse battaglie per una nobile causa e che ora difendono le loro posizioni cercando di capire come tracciare i confini di questa nuova terra agognata. I confini non sono disegnati, il fine ultimo è comune, condiviso, ma le strade per raggiungerlo sono diverse.

Scano tira dritto, come ha sempre fatto, combattivo e senza aree grigie, non ama widget e overlay, e non ama soprattutto l’attuale applicazione dell’intelligenza artificiale per risolvere i problemi di accessibilità sul web.

Deyla sta seguendo la via della divulgazione, affiancando ai widget la formazione e la sensibilizzazione. Va detto, questa strada ha un suo lato commerciale e quindi una componente di compromesso in più, ma è anche un modo per trovare una lingua comune.

Il mio personalissimo pensiero è che l’approccio con le aziende non può essere uguale a quello con le PA e che, se anche le regole sono le stesse, il contesto è differente e ci si deve muovere in modo diverso..

Non è la rotta, è lo spirito

Tutto questo articolo nasce da questo post di Scano a cui risponde Deyla.

Parlano in modo un po’ criptico, se non conosci il tema e “gli schieramenti”, ma c’è un passaggio di Jacopo che a mio parere vale tutto. È la sintesi perfetta di vent’anni di impegno e di professionalità che hanno generato la crescita e la trasformazione digitale di oggi, grazie alle persone che si sono impegnate e spese per l’accessibilità.

So che devo essere grato al tuo spirito combattivo, perché se oggi si parla ancora di accessibilità è proprio perché sei così.

e ancora

Non voglio discutere e non voglio sminuirti, perché ti rispetto e credo che danneggiarti non faccia bene all’accessibilità.

È un passaggio duro, sicuramente, ma che trasuda rispetto nei confronti di una storia comune, fatta di tanto impegno e fatica. Si sente la dedizione alla causa, che porta a scontrarsi e ad arrabbiarsi, ma che contemporaneamente fa superare le distanze e le differenze in nome di un bene più alto, di una bandiera comune.

Ecco, io sto tranquillo. So che l’accessibilità è in buone mani, anche in quella parte di mappa dove mancano ancora i confini, le strade e i crocevia, dove un tema etico si incontra con il business, dove dalla nebbia dell’ignoto potrebbe uscire qualunque belva.

Come in ogni momento di passaggio, come in ogni sentiero inesplorato, cercheremo più vie per arrivare alla meta. Faremo errori, ci faremo male, torneremo indietro e cambieremo direzione. Come in ogni avventura ci saranno momenti belli e delusioni, vittorie epiche e sconfitte cocenti.

Ma vuoi mettere… che avventura l’accessibilità!


MEA CULPA

Pensieri, parole, opere e omissioni di un designer.

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