Pionierismo: spirito di iniziativa, coraggio e tenacia nell’intraprendere nuove strade, nel ricercare nuove esperienze, nell’avviare nuove forme di attività.
Ed eccoci al primo appuntamento con la frontiera del design in Italia.
Partiamo proprio dal concetto di pionierismo, questo spirito di iniziativa, coraggio e tenacia che è (o dovrebbe essere) il motore congenito di chi fa design.
Perché chi si muove verso il nuovo, verso l’ignoto, deve possedere queste caratteristiche. Anzi, voglio essere presuntuoso: chi fa design deve avere queste qualità.
Se non abbiamo iniziativa non partiamo nemmeno, se non abbiamo coraggio non potremo difendere il nostro punto di vista, e se non abbiamo tenacia abbandoneremo questo cammino alla prima porta in faccia. E sappiamo bene che le porte sono infinite… e quasi tutte sbattono.
Chi ha il pionierismo in sé avrà la voglia di proseguire senza mai esitare (che non significa non avere dubbi, né scambiare la tenacia con la caparbietà).
C’è però un lato meno romantico di chi è pioniere o pioniera, c’è la solitudine. Quella che sempre accompagna chi porta innovazione e prova a cambiare i paradigmi.
Fortunatamente per noi è una solitudine culturale, che non riguarda l’individuo, la persona designer, ma riguarda la categoria. No, non voglio arrivare al “mal comune mezzo gaudio”, ma piuttosto al concetto di appartenenza. La consapevolezza che sì, forse oggi, forse su questo progetto, siamo in solitaria, ma ci sono altri giorni e altri tavoli con altri e altre designer che stanno portando avanti la stessa missione con lo stesso coraggio e con la stessa perseveranza.
La corsa all’oro
Ed eccolo, il Vecchio West!
Quando pensiamo alla sua conquista pensiamo ai cercatori d’oro e alla loro tenace solitudine nel cercare quelle piccole pepite, rare e preziose, che cambieranno la loro sorte.
Ma di nuovo dobbiamo allargare l’orizzonte e guardare al quadro completo.
Non so quanti abbiano fatto fortuna e cambiato per sempre la loro vita, ma il grande contributo dei cercatori d’oro è stata la spinta visionaria, l’aver intuito la presenza di ricchezza e di valore (nascosto e difficile da estrarre) e aver trascinato un numero enorme di persone nell’esplorazione di nuove esperienze e forme di attività.
E diventa chiaro il collegamento alla User Research, che è pioniera nel mondo del design e che ha aiutato ogni altra disciplina ad alzare la testa e a provare la conquista di nuovi territori. Ci sono molti aspetti comuni tra user researcher e cercatori d’oro.
Alcuni sono facili, quasi banali da cogliere. La solitudine e la tenacia l’ho già scritto, ma anche altre caratteristiche pragmatiche come la precisione, la metodologia e la capacità di setacciare i dati. Servono strumenti, serve tecnica, serve andare oltre la superficie, saper leggere le pieghe e intuire cosa c’è in profondità. Serve trovare il valore in mezzo a un fiume di informazioni, tutte simili e in grande quantità.
Altri aspetti sono forse meno evidenti ma forse sono i più preziosi. Proprio come nel vecchio west chi fa User Research fa scoccare la scintilla verso la frontiera, porta la forza di insistere e di introdurre un nuovo modo di vedere le cose, diventa l’apripista.
La user research è stata, anche in Italia, la prima metodologia a fare breccia nel business, superando il concetto freddo di ricerca di mercato e portando il calore del concetto di persona.
Il podcast di Spaghetti Western
Oggi, forse, con la User Research siamo arrivati addirittura oltre la frontiera. Forse siamo in un momento di consapevolezza maggiore e la ricerca è una delle rare metodologie di progettazione che è entrata nelle abitudini di aziende e agenzie. Siamo quindi a una prima evoluzione e incominciamo ad andare oltre, e a inserire nuovi concetti.
Ne ho parlato con Matteo Tibolla che introduce il concetto di Human Research (che in altre frontiere è già arrivato) e lo spiega nella nostra chiacchierata.
Abbiamo parlato di User vs. Human, dei nostri bias (eh sì, di chi fa design!) e di come misurare le soft value e valorizzarle con stakeholder e aziende.
Metto un paio di citazioni a caso per incuriosire e invogliare, e poi… la cosa migliore è ascoltare Matteo.
“Pensare alle persone ci permette di avvicinarci di più e fare anche domande migliori […] e raccogliere dati più puri, non sporchi.”
“Un conto è valutare come si muovono (le persone – ndr) e come raggiungono l’obiettivo, un altro è cercare di cogliere anche gli aspetti più nascosti […] per comprendere l’impatto emotivo di un’interfaccia.”
Ascolta il podcast 👇
Se non lo puoi o non lo vuoi ascoltare, puoi anche leggere il podcast grazie alle trascrizioni delle puntate.
Fuori onda
Ho chiesto a Matteo di suggerire qualche risorsa o evento utili a saperne di più e a diventare researcher e designer con una marcia in più. Ecco la sua lista:
- Tra gli eventi “UX Day“, che ritengo sempre più promettente.
- Tra le fonti il sito di Nick Kolenda, che dà consigli di psicologia applicata alla comunicazione e alla UX.
- Tra i libri che porto nel cuore Don’t make me think di Steve Krug (lo so, è scontato, ma ho un bel ricordo del periodo quando lo leggevo, si può aggiungere anche questo).
- Un altro libro importante per me è Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman.
- E ancora, il libro che mi ha cambiato la vita è Il cigno nero di Nassim Nicholas Taleb.
Matteo non l’ha detto, ma io consiglio ovviamente User Experience Research: Scienza e principi guida per esperienze online efficaci di Francesca Bonazza e Matteo Tibolla.
