N.2 – Content design

Molto spesso, nelle vecchie foto che mostrano le cosiddette “street scenes” delle cittadine del West, capitano sott’occhio edifici che portano insegne come “grocery store”, “dry goods” o “general store”. Ma cosa sono di preciso? Sì, sono negozi, ma è errato pensare che i nomi siano intercambiabili perché la funzione di ognuno di essi è diversa da quella degli altri, anche se in alcuni casi possono coesistere.
Storicamente, almeno, la loro nascita è condivisa: essi nacquero in quei territori isolati, lontani dalla grandi città, con lo scopo di rifornire i coloni degli elementi indispensabili alla vita quotidiana.
In genere si può dire che tutti derivano dai “trading post”, che erano, come dice il nome stesso, dei posti di scambio, cominciati a svilupparsi già in epoca trapper e che avevano la funzione di commerciare con gli indiani oltre a vendere generi diversi, con la particolarità di farlo accettando pelli (in genere di castoro) come pagamento.

Tratto da Gli empori nel vecchio West a cura di Mario Raciti.

“F. Prahl grocery and dry goods” a Laramie, 1883 – dal sito farwest.it

Ciò che serve per cominciare

Ragionando sulla nostra frontiera, quella del digital design italiano, penso subito al mondo del content. Penso al fatto che la maggior parte delle persone immagina la figura e il ruolo di copywriter (o ancora più genericamente copy) convinta che alla fine basti saper scrivere in italiano e il gioco è fatto.
Premesso che anche scrivere correttamente in italiano non è poi cosa scontata (ma questa è un’altra storia), negli ultimi anni il ruolo del contenuto sui canali digitali si è evoluto e specializzato in modo esponenziale, dando origine a molte figure differenti e specifiche.

Tra i vari significati del termine contenuto, intendo questo: argomento, soggetto, materia, tema, essenza, concetto, idea, sostanza.

Chi si occupa di contenuto ha un ruolo centrale nella costruzione di un’esperienza digitale ed è in grado di cambiare le sorti (nel bene e nel male) di un prodotto e di un’azienda.
Rimanendo sull’analogia della nostra frontiera, il copywriting come i “trading posts” è l’origine di tutte le sfaccettature successive ed è il punto di scambio (di informazioni) tra le aziende e la loro clientela.
Questo scambio, questo dialogo, si è poi evoluto in molte direzioni e così come “General Store, Groceries e Dry Goods” sono differenti modi di servire clienti e bisogni, così Copywriter, Content designer, UX writer, Conversation designer sono professioni che rispondono a differenti esigenze e obiettivi di business.

Ma non finisce qui. Questi luoghi del Vecchio West hanno anche portato il concetto di “store layout”, ovvero la disposizione strategica delle merci e il concetto di percorso. Ed ecco che diventa chiarissimo come il content design sia una disciplina di progettazione, che crea una strategia di comunicazione, una narrazione e un percorso (anche di vendita). Per questo motivo rientra di diritto anche nelle fasi iniziali di progettazione digitale, a partire dall’architettura dell’informazione (che a pensarci è cosa ovvia), per essere naturalmente parte integrante delle scelte strategiche aziendali.

https://www.flickr.com/photos/43827686@N00/3981216821/in/photostream/

Progettare ancora oggi iniziando da un layout grafico senza interpellare il content, o peggio ancora inserire il copy (general generico) solo alla fine per riempire gli spazi e togliere il Lorem Ipsum… non è più progettare. È un retaggio del passato che va estirpato velocemente.

Il podcast di Spaghetti Western

In questo senso le figure di content design e l’adozione di una metodologia che le includa fin dalle fasi embrionali della progettazione sono una novità, sono un territorio poco esplorato e applicato.  Eppure, figure così “nuove” si occupano già di temi importantissimi e cruciali per il futuro quali l’inclusione e l’accessibilità. Temi che in questo periodo sono sotto il riflettore sia per il settore pubblico sia per quello privato e che stanno raccogliendo sfide di portata internazionale.

Ne ho parlato con Valentina Di Michele, madrina dello UX content in Italia, che introduce il concetto di design universale (che da noi non è ancora molto diffuso) e lo espande nella nostra chiacchierata.

Abbiamo parlato di come rivolgersi a pubblici eterogenei, di profilazione orizzontale, di inclusione e di washing delle aziende.
Metto un paio di citazioni a caso per incuriosire e invogliare, e poi… la cosa migliore è ascoltare Valentina.

“Noi parliamo di progettazione, di design, e la progettazione parte dal content.”

“Includere delle minoranze, che prima non trovavano un  loro spazio commerciale, significa aprire nuovi mercati.”

“C’è un tema di sensibilità che magari è presente in alcuni dipartimenti, in alcuni individui, e in altri no…”

Ascolta il podcast 👇

Se non lo puoi o non lo vuoi ascoltare, puoi anche leggere il podcast grazie alle trascrizioni delle puntate.

Fuori onda

Ho chiesto a Valentina di suggerire qualche risorsa o evento utili a diventare content designer con una marcia in più. Ecco la sua lista:

Libri

Articoli

Eventi

Community

Valentina l’ha inserito nell’elenco, come se fosse una cosuccia, ma il Festival DiParola è stato un evento super pionieristico, ed è una sua creatura (e di Officinamicrotesti).  Nato l’anno scorso, ha avuto un successo immediato, speaker di altissima qualità, un’organizzazione ineccepibile e un format innovativo. Quest’anno sarà alla seconda edizione ed è sicuramente un evento da non perdere!