Persone, inclusione e cultura

Nella decima puntata di “Spaghetti Western: il buono, il brutto e il cattivo design” ho voluto riflettere sui temi emersi nelle interviste precedenti. Mi sono concentrato su tre concetti chiave che sono emersi in modo netto: persone, inclusione e cultura.

Gli utenti sono in realtà persone con bisogni e desideri complessi, ed è necessario un approccio olistico al design che tenga conto della loro esperienza in maniera autentica. Credo fermamente nella necessità di includere prospettive diverse, ascoltando e valorizzando ogni voce per creare soluzioni che siano davvero inclusive.
Sviluppare una cultura del design che integri queste considerazioni sia essenziale. Deve essere un impegno concreto che ci guidi in ogni fase del processo progettuale.


Attilio Raiteri: Questa è la decima puntata di Spaghetti Western, il buono, il brutto e il cattivo design. È una puntata speciale che ho pensato di rendere autoconsistente: cioè la potete ascoltare anche se vi mancano le nove precedenti… che però vi consiglio di ascoltare.

È una puntata speciale, dicevo, perché ho provato a distillare tutti i concetti che le mie ospiti e i miei ospiti hanno voluto condividere con noi nelle chiacchierate precedenti. Distillato di tutto quello che hanno detto, ma anche di tutto quello che è nato durante le chiacchierate e si è trasferito tra un episodio e l’altro.
Nove chiacchierate con nove esperte ed esperti di digital design, persone che maneggiano e respirano il design a 360° ma che sono specializzate in aree specifiche e ne sono diventate una bandiera.

Parlerò di loro nei prossimi minuti, ma prima voglio ringraziare una decima persona che mi ha suggerito di fare proprio questa puntata speciale.

Durante l’ultimo Summit di Architetta, a Roma, ho finalmente conosciuto di persona Matteo Gratton, con cui ero già in contatto, ma solo virtualmente. E Matteo, che mi aveva promesso un feedback sull’intero podcast, mi ha fatto notare che…

Quindi, grazie Matteo per il feedback, ed ecco qua la mia puntata speciale.

Fotogramma del film "Il Buono, il Brutto e il Cattivo"
Ogni pistola ha la sua voce, e questa la conosco. (cit.)

Faccio un piccolo riassunto di questo podcast e di come si è evoluto.
Spaghetti Western, il buono, il brutto e il cattivo design: è ovviamente una citazione del grande maestro Sergio Leone, ma il motivo di questa analogia sta nel paragonare il mondo del digital design italiano alla frontiera del vecchio West.

Un luogo duro, inesplorato e frequentato soprattutto da figure in cerca di fortuna e in via di definizione. Inoltre, il buono, il brutto e il cattivo design esistono davvero e sono concetti che vanno al di là della semplice metodologia, sono veri e propri approcci alla progettazione. 

Ma l’aspetto più interessante di queste nove chiacchierate è stato scoprire due livelli di contenuto. Ci sono state, ovviamente, le chiacchierate sul design, ma piano piano, a ogni puntata, l’ospite di turno traeva spunto dalle puntate precedenti e aggiungeva valore. Questa è stata una cosa inaspettata. Si è creato un secondo dialogo trasversale che ha unito tutti i concetti, ma neanche generati di nuovi.

Ha preso quindi forma quella frontiera di cui si parla in questo podcast, fatta di spirito di avventura, di territori inesplorati e di tantissima voglia di essere parte di un mondo e di un ruolo nuovo. 

Lo svelo subito. 

Mentre chiacchieravamo di design e di designer, sono uscite tre parole nette, cristalline: persone, inclusione e cultura.
Ma senza uno schema preciso, perché come è giusto che sia in una frontiera, tutto si mescola e si completa mentre si evolve.

Tutto è nato dalla prima chiacchierata con Matteo Tibolla che, dopo pochissimi minuti, ha trasformato l’argomento dell’episodio da user research a human research. E lì è cambiato tutto. 

E quindi passiamo dal concetto di utente a quello di persona. Per Matteo usare termini diversi significa pensare in modo diverso. La persona non è più chi interagisce con il prodotto o il servizio, ma è un essere complesso, con bisogni, desideri e contesti da considerare attentamente.

Questo è uno spostamento semantico, ma che riflette un cambiamento culturale molto più ampio, che ha fatto dello human-centered design un riferimento imprescindibile. Quindi ci vuole una visione olistica. Non basta più disegnare buone interfacce, ma occorre anche considerare come queste esperienze parlano alle persone e come includono chi ha necessità diverse.

E da questo approccio possiamo dire che nasce un po’ tutto il resto. Questa è la genesi di tutto ciò che si è naturalmente creato dopo, lungo tutto il resto del podcast. Guardando le persone, progettiamo quindi per un pubblico vastissimo.

E questa varietà rappresenta una sfida, perché non possiamo segmentare il pubblico, rischieremmo di frammentare l’esperienza. Qui ci viene in aiuto Valentina Di Michele, che ci dice subito che dobbiamo trovare il massimo comune denominatore tra le diverse persone a cui ci rivolgiamo, riconoscendo che l’inclusività è una necessità e non un’opzione. Il contenuto, in questo senso, quindi diventa una leva cruciale.

Ciò che diciamo, come lo diciamo e a chi lo diciamo deve essere pensato per abbracciare la complessità e le differenze del pubblico, senza esclusioni.

Ed ecco qui il primo grande risultato di questo podcast. Ecco che le persone e l’inclusione creano un binomio inscindibile. E parlando di inclusione, si arriva a quella che per me è una delle espressioni massime di questo approccio, il legal design, qui per me sfocia nel misticismo, nella capacità di far parlare mondi che nemmeno sanno di coesistere.

E invece c’è chi ci riesce. Come Stefania Passera, che applica il design thinking a contenuti legali e a contratti, e che quindi fonde temi di content e di inclusione, passando proprio per un cambiamento culturale. Nel campo della comunicazione legale, le barriere sono create da un linguaggio tecnico e antiquato, e Stefania, attraverso il design, semplifica questi processi rendendo il linguaggio più accessibile e trasparente.

Questo ci ricorda che anche nel mondo del design, anzi soprattutto nel mondo del design, dobbiamo lavorare per abbattere le barriere e per creare una comunicazione che sia davvero inclusiva. Davvero.

E allora è tutto facile? No, in realtà non è facile, ma neanche lo sembra. Sembra però fattibile. E anche qui forse c’è il rischio di sbagliarsi, perché manca ancora un pezzetto del puzzle. Anzi, un pezzo bello grosso. Manchiamo noi, la comunità del design.
Ovvero la nostra parte, quella che dobbiamo mettere in campo per far accadere le cose. Perché non basta capire, non basta parlarne. Il buon Tuco, il brutto, direbbe “Quando si spara, si spara, non si parla.”

E allora bisogna fare. E un modo per fare è il DesignOps. E Domenico Polimeno lo dice in un modo splendido. Parla di fare, ma con la consapevolezza di chi si sta muovendo in una frontiera. Anzi, in una frontiera dentro la frontiera. Perché il DesignOps ha pochi anni di vita all’estero…ancora meno da noi. Domenico dice… anzi, lo lascio dire a Domenico. 

Ecco qua. In questa frase c’è il secondo grande risultato di Spaghetti Western. Domenico & Co. ci dicono che siamo noi a dover iniziare, a dover fare.

La cultura del cambiamento parte da chi fa design. 

Quindi sulle persone non c’è dubbio. Non è nemmeno un concetto difficile da far capire a clienti o stakeholder. È anche un termine più inclusivo. Da un lato quasi di genere neutro, aperto. E dall’altro è estremamente preciso e quasi intimo. Pensare alle persone quindi è la via per il futuro del design. 

La strada per l’inclusione è invece un po’ meno netta. E sicuramente è più tortuosa.

Nonostante l’inclusione sia una parola che negli ultimi mesi è entrata prepotentemente nei nostri discorsi, c’è un’altra che le si affianca spesso e che con essa si fonde. Accessibilità. L’accessibilità e l’inclusione non sono la stessa cosa.

 Spesso le confondiamo. Spesso pensiamo che l’accessibilità sia la forma più alta di inclusione. Perché pensando alle persone con disabilità, che immaginiamo le più escluse, crediamo di raggiungere la vetta.

A volte parlare con un esperto di accessibilità che lavora da decenni nelle pubbliche amministrazioni, nelle regioni più avanzate sotto questo aspetto, parlare con uno come Jacopo Deila a volte serve per capire meglio.

Quindi l’accessibilità è un atto di inclusione che permette a tutte le persone di vivere un’esperienza senza barriere. Quando progettiamo per l’accessibilità non stiamo facendo un favore a una minoranza. Stiamo creando un’esperienza migliore per chiunque.

E qui torniamo di nuovo a Valentina Di Michele quando ci spiega come la cultura del contenuto, inteso come strumento di progettazione, sia cruciale per rendere il design veramente inclusivo. Il contenuto non è solo il veicolo delle informazioni, ma è parte integrante del design stesso e deve essere progettato con cura affinché possa parlare a un pubblico eterogeneo. 

Quindi il primo risultato è il binomio per sono inclusione e il secondo è la consapevolezza del nostro ruolo. A questo punto manca l’anello di congiunzione: la cultura. Il terzo risultato di questo podcast.

E la cultura è difficile. Perché la cultura è ovunque. O peggio, manca ovunque.

Manca anche tra di noi. 

Oddio, ma come? Tra designer?

Certo. Questo ce lo dice Alessio Cardelli sottolineando che la responsabilità di creare buone esperienze non è mai nelle mani delle aziende, ma di chi progetta. Alessio non fa agire di parole e ci dice due verità scomode.

Scomode perché puntano il dito verso di noi, verso la comunità del design. 

Sì, perché c’è chi guarda solo ai soldi, alla domanda che c’è in questo periodo e fornisce informazione scadente. E poi c’è chi si riempie il profilo di certificati che sono solo dei pezzi di carta, anzi, nemmeno di carta, e si crede designer quando designer non è.

E poi c’è la seconda frase di Alessio, ancora più dura. 

Boom! Tutta la responsabilità sulle nostre povere spalle. Beh, su quelle di chi se la vuole prendere… nessuno ci obbliga. Ma abbiamo il dovere di capire che il grafico non esiste più. È una figura obsoleta e inutile. E prima di spaventarci per l’arrivo della GNI, che ci ruberà il lavoro e altri scenari apocalittici, è meglio se ci preoccupiamo di non essere noi la nostra prima causa di estinzione. 

Ma la cultura manca da tutte le parti, l’ho detto prima.

E quindi dopo un po’ di sana introspezione e giusto mea culpa, possiamo puntare un po’ il dito anche verso clienti e aziende che di cultura del design ne hanno davvero pochina. Qui fermo per un momento la mia analisi e lascio di nuovo la parola a chi ha portato esempi concreti e riflessioni basate su esperienze professionali vissute.
Riparto da Domenico Polimeno, che ci fa una premessa generale e ci dà anche uno strumento.

E poi passo subito la parola a Lorenzo Pinna, che lavora con tante aziende e ci dà un consiglio, direi, universale.

Parole sante, direi. E concludo con Daniele Merola, che è riuscito ad operare un cambiamento nella sua azienda, ma con un impegno titanico.

Quindi tanta fatica, tanto impegno. E bisogna stare vigili, sempre. Mai abbassare la guardia.

Non basta una corda a fare un impiccato. (cit.)

E quindi sembra una faticaccia e sembra che ci sia il rischio di non farcela o di portare a casa poco. Eppure non è così.

In primis perché, se ci guardiamo indietro, di strada ne abbiamo fatta e di frontiera ne abbiamo colonizzata parecchia. E poi la nostra non è né la prima né l’ultima delle frontiere. Io ho avuto la fortuna di conoscere Amalia Sirignano e l’ho conosciuta quando eravamo ancora colleghi, io in Italia e lei in UK.

Soprattutto ho avuto la fortunadi poterla invitare all’ultima chiacchierata del podcast. 

Beh, l’ultima prima di questa puntata speciale. 

Per fare il punto della situazione con una designer come lei che ha vissuto un’altra frontiera ma che da un anno invece è ritornata in Italia, quindi in questa frontiera.

E Amalia, paragonando Italia-Gran Bretagna, devo dire, ha portato speranza. 

Questa è una frase che a me riempie (anche) di gioia perché significa che tutto ciò che abbiamo fatto finora e che stiamo facendo oggi è un buon lavoro e non è per niente scontato. Ciò nonostante, non possiamo proprio montarci la testa perché, come sempre, c’è un rovescio della medaglia. 

E purtroppo, anche in questa frase, c’è tanta verità e c’è tanta, tanta, strada da fare.

Fotogramma del film "Il Buono, il Brutto e il Cattivo"
Se Risparmi il fiato, uno come te ce la può fare. (cit.)

E siamo alle battute finali. Questo è un distillato di quanto ho imparato dall’esperienza di questo podcast fatto in casa, chiacchierando con persone che ho conosciuto negli anni, da cui ho imparato e imparo ogni giorno, e con cui ho sempre il piacere di confrontarmi.

Di persone così, fortunatamente, ce ne sono tante nella nostra frontiera e potrei fare altri dieci podcast come questo. 

Per ora mi porto a casa che 

  1. Chi fa design non è più una figura isolata, per fortuna direi, ma la chiave nella gestione complessiva dei progetti. Una figura strategica che deve partecipare a tutte le fasi del progetto, dalla definizione della strategia fino all’implementazione delle soluzioni. 
  2. Il design deve essere pensato per le persone e con le persone. Gli utenti non esistono più. 
  3. L’inclusione non è solo una questione etica e sociale, ma un principio fondamentale per creare prodotti e servizi accessibili.

La progettazione è anche inclusione, quindi. 
E a questo punto non mi resta che saltare in sella e cavalcare verso il tramonto. Grazie per avermi letto.